Marconi e Coltano.

 

Il Centro Radio di Coltano fu utilizzato per la prima volta da Guglielmo Marconi nel 1903 per i collegamenti a lunga distanza con una stazione radio a scintilla. Il terreno, che si estendeva per circa 78 ettari, fu ceduto dal Re Vittorio Emanuele III e faceva parte della proprietà di Casa Savoia. La zona era acquitrinosa e si prestava bene alla propagazione dei segnali e la cosiddetta palazzina Marconi sorse per prima. Al suo interno erano dislocate le strutture di comando delle oltre sedici antenne che si ergevano per 75 metri. Di quelle antenne oggi restano solo alcuni basamenti in cemento, i plinti. Nel 1920 fu realizzata una grande antenna a tenda di 240 metri di lato che poggiava su piloni alti 250 metri. Un impianto all’avanguardia. Nel 1910 venne inviato il primo segnale a Massaua nell’allora colonia italiana dell’Eritrea e l’anno successivo il segnale giunse in Canada. Nel 1919 la stazione fu ufficialmente inaugurata. Dal 1919 al 1924 la Regia Marina costruì un nuovo Centro Trasmittente, altre antenne ed un centro di ricezione situato nella zona di Migliarino. Dopo un periodo di gestione privata da parte della società Italia Radio, il Centro Radio di Coltano venne gestito direttamente dal Ministero Poste e Telegrafi a partire dal 1930, divenne uno dei più importati Centri Radio Marittimi e Radiotelefonici europei ed effettuò traffico telegrafico e telefonico sia con navi che con altre stazioni terresti in tutto il pianeta. Durante il secondo conflitto mondiale la località, di interesse strategico, fu sottoposta a duri bombardamenti. La palazzina rimase integra, ma le antenne furono distrutte. Da allora nessuno se ne è più occupato.

 

 


 

 

tratto da uno scritto di Paolo NOCETI

COLTANO, PISA.


Da pochi giorni il codice Morse è stato abolito ufficialmente come mezzo di trasmissione radiotelegrafica: un atto burocratico, un accordo internazionale, una carta firmata da un certo numero di persone autorevoli, ha sancito in maniera un po’ cinica la fine del vecchio sistema di impulsi elettrici. Quei punti e quelle linee dovranno lasciare definitivamente il passo a mezzi ritenuti più perfetti, più rapidi e raffinati. Per più di cento anni il sistema ideato dal pittore americano Samuel Finley Breese Morse ha funzionato egregiamente: migliaia di persone sono state salvate dai bip-bip miracolosi che formavano il famoso S.O.S., «Salvate le nostre anime». Da quando Morse codificò quel sistema le cose sono effettivamente un po’ cambiate e adesso ogni semplice ufficio, la nostra stessa casa o addirittura noi in prima persona, grazie a cellulari e pagine elettroniche portatili, siamo capaci di essere potenti stazioni in grado di inviare o ricevere messaggi, scritti, note e immagini in ogni angolo della terra, magari facendoli rimbalzare in tutta semplicità attraverso invisibili satelliti che ci girano sulla testa. Eppure non più di cento anni fa le cose erano un po’ più complicate, e trasmettere un segnale a parecchi chilometri di distanza era una cosa tutt’altro che pratica. Guglielmo Marconi fu uno dei pionieri nel campo degli esperimenti di radiotrasmissione e nel progresso delle telecomunicazioni. Ma quanti di noi saprebbero ricordare quali erano le tecnologie, come erano fatte strutture e dove erano collocati gli impianti che egli mise a punto per rendere possibile la radio-trasmissione dei messaggi a lunga distanza?

Pochi infatti sanno che la prima stazione radio di una certa potenza al mondo venne costruita proprio da Marconi a Coltano, tra Pisa e Livorno, in un’antica tenuta reale pianeggiante e paludosa. Il posto sembrava offrire le migliori condizioni per una presa a terra dell’impianto e il re si dichiarò entusiasta di concedere le terre a quel genio che il mondo ci invidiava. Coltano era una zona dalle grandi tradizioni, dove già i Medici avevano eseguito bonifiche e impiantato un apprezzato allevamento di cavalli. Era il 1911 e tra quelle paludi nacque la Reale Stazione Radio Telegrafica Marconi: date le sue dimensioni e la sua estensione doveva risultare qualcosa di maestoso e incredibile per l’epoca. Era composta infatti da una costruzione dove erano conservati i macchinari e da sedici torri di ferro culminanti in un’antenna di legno, alte ognuna 70 metri e disposte parallelamente su un’estensione di quasi un chilometro. Dove finiva il traliccio c’era una coffa, proprio come sulla sommità dell’albero di una nave, e una scala di ferri infissi nella trave terminale permetteva ai marinai addetti alla manutenzione di arrivare fin lassù, appendersi a una sedia attaccata a una carrucola e percorrere il cavo a oltre 70 metri di altezza. Quei temerari erano marinai, perché l’impianto era gestito dalla Reale Marina e loro erano evidentemente abituati a quegli esercizi da acrobati che normalmente praticavano sulle sartie e sulle vele. Il cavo aereo su cui passava la tensione veniva alimentato da un insieme di generatori che per l’epoca rappresentava il massimo della potenza. Otto antenne allineate a coppie erano orientate verso Massaua, nelle colonie africane, le altre otto verso New York. L’effetto era sensazionale e se pensate che gli accumulatori caricavano e scaricavano l’energia con rumori sibilanti alternati a schiocchi e ronzii, l’impressione, per coloro che si aggiravano in quelle campagne, doveva essere enorme. Così, in una foggia poetica e un po’ retorica ci viene descritto dal dottor Dario Simoni, un cronista dell’epoca: «Le ombre del passato appaiono atterrite dai nuovi e strani rumori che fuoriescono dal suolo, dalle rombe che odonsi uscire dal fabbricato allorquando gli apparecchi elettro-generatori sono in funzione. Non tremate al sordo rumore che udite sotto i piedi.

Non è questo suono di morte, né questo poggio è divenuto la dimora di Satana. Queste svelte torri, lungi dall’essere ordigni di guerra, sono segnacolo di fratellanza umana, son il mezzo per il quale va esplicandosi l’invenzione la più sublime, la più portentosa che oggi vanti l’umano ingegno, per la quale sarà possibile lanciare il nostro pensiero da qui fino a regioni lontanissime…».


LA MENTE SUPERIORE.


Erano i primi anni del secolo e un’epoca in cui trionfava l’idea che il potere sovrumano della tecnica avrebbe risolto ogni problema e la figura dell’inventore geniale era una sorta di demiurgo che vinceva con l’ingegno le asperità e la durezza della natura per librarci verso un futuro roseo e piacevole. Ecco allora che Marconi veniva definito come «colui che dotato da natura di mente superiore seppe unire fra loro i più lontani popoli con questo mezzo semplice ed insieme meraviglioso, un mezzo che sorpassa colla celerità del lampo le più alte catene di montagne e traversa l’immensità dell’oceano, tutto vincendo, tutto superando…».

L’entusiasmo per questa nuova realizzazione fu enorme e, pur con le difficoltà che la tecnologia dell’epoca richiedevano a causa dei macchinari complessi e imponenti, poco più tardi Marconi progettò una seconda Stazione, l’Intercontinentale, e questa aveva le caratteristiche di qualcosa di unico e incredibile, sicuramente un’immagine fantascientifica che segnava il panorama di tutti coloro che da Pisa guardassero a sud, verso Livorno. Poco distante dalla prima stazione, infatti, vennero innalzati quattro tralicci metallici di 250 metri, in pratica, se consideriamo le misure, quattro piccole torri Eiffel ancorate da tiranti alla terra, che sostenevano un perno a sfera, posti ai vertici di un quadrilatero di oltre 400 metri di lato.


IL TEMPO DELL’ABBANDONO.


L’architetto Marco Sereni è uno dei promotori di un progetto per il recupero della zona e in particolare della memoria e dell’archeologia industriale delle stazioni-radio. Con lui giro per i campi attorno a Coltano: di tutto il complesso che ho descritto non vedo quasi più nulla. «Ecco», mi indica Sereni, «quella costruzione diroccata è tutto quello che resta della prima stazione. Attorno si stagliavano i piloni che reggevano il cavo aereo. Se guardi bene puoi vedere ancora i basamenti di cemento. «E laggiù», continua allungando il braccio, «c’era l’Intercontinentale. Queste erano stazioni riceventi: da qui sotto partiva un cavo che arrivava ai piedi del monte pisano, una decina di chilometri più in là, a Nodica, dove c’era il nucleo trasmittente». Proviamo in silenzio a immaginarci i piloni altissimi di oltre 250 metri, l’orizzonte che cambia, l’aria fredda che picchia su quei piloni interminabili. Qualcosa di antico e affascinante che ancora fa venire i brividi.

«La storia di Coltano e delle sue stazioni radio è lunga e complessa e in qualche modo segue quella dei suoi anni, trascorsi tra un ideale di grandezza e i problemi di un paese come l’Italia, ancora giovane, agricolo e povero» continua Sereni. Mi racconta di come le stazioni funzionarono, captando messaggi dal Sudamerica, dagli Stati Uniti, dalle colonie africane, da tutti quei luoghi che furono la meta di persone meno ingegnose di Marconi ma bisognose di lavoro e dignità. Quei tralicci rimasero in mezzo alla palude per più di trent’anni, come sentinelle che annusassero l’aria, fino a che incapparono anche loro nel vortice della Seconda guerra mondiale e anche loro provarono la tristezza e il dolore della distruzione. I Tedeschi in ritirata non lasciarono in piedi neppure un traliccio di quel bosco metallico che per anni aveva disegnato l’orizzonte di Coltano. Il seguito fu lo squallore dell’abbandono, la disperata lotta dei tecnici e degli operatori che per molti anni si batterono con il ministero delle Poste a cui passò la gestione degli impianti affinché quello che era stato un punto di orgoglio per l’Italia venisse riparato e rimesso in attività.

«Per molto tempo Coltano fu una specie di relitto in balìa della fame o dell’avidità di coloro che di notte rubavano i cavi o le losanghe d’acciaio dei tralicci», dice Sereni concludendo la sua storia: «scavavano persino intorno alla Stazione per recuperare la rete di rame che costituiva la presa a terra. La vendettero tutta, al mercato nero. Gli anni erano duri e le stazioni se le mangiarono il tempo e gli uomini».

«L’ultimo a restistere fu il cavo che andava a Nodica. Poi, nel 1966, la piena d’Arno si portò via il ponte Solferino, a Pisa, e con lui anche quel cavo che ci passava dentro e che forse era l’ultimo filo di speranza per Coltano. La fine del codice Morse sembra l’atto formale e definitivo che chiude un’epoca. Però proprio per questo abbiamo il dovere di ricordare, di costruire in questi luoghi la testimonianza di quello che è stata la trasmissione radio per il nostro secolo che sta finendo». La brezza invernale porta via le nostre ultime parole, mentre ancora guardiamo il vuoto dove un tempo si alzavano le antenne, le stesse che raccolsero parole, speranze e sogni di chissà quante persone, come grandi giganti che hanno avuto cura di quegli invisibili messaggi lanciati da una parte all’altra dell’oceano, prima di sparire nel nulla.

La Storia di Coltano

Preistoria

Nel Pliocene l’Arno aveva la sua foce tra Montelupo e Capraia (FI). Il monte pisano era soltanto un’isola.

Sul finire del Pliocene sulla direttrice Siena - Volterra, a causa di un movimento di assestamento della terra, si formarono le attuali catene collinose.

L’Arno intanto, con la sua azione di sedimentazione, dava origine alla pianura pisana.

Nel VI secolo d.C. fu fatta la deviazione del fiume Serchio verso il mare così che la palude di Campo (n°2) fu bonificata.

Nel XVI secolo d.C. fu fatta una deviazione al fiume Arno per poter bonificare il lago di Sesto (n°1) che era diventato anch’esso palude.

Per colmare la palude a sud di Pisa (Padule Maggiore nella zona di Coltano) viene costruita una diga nella zona fra Putignano e Riglione che viene chiamata "Le Bocchette" e che porta l’acqua e la sabbia dell’Arno nel Padule Maggiore formando una colmata chiamata "Le Rene".

Per prosciugare il lago di Sesto, viene scavato un canale che porta le acque del lago al mare attraversando l’Arno nella zona di Fornacette. L’Arno, essendo ad un livello più alto del canale impedisce, nel periodo di piena, il deflusso delle acque. Perciò nei primi anni del 1800 viene fatta un’opera in muratura a forma di botte che consente all’acqua del canale di passare sotto il fiume Arno.

Intanto nella zona a sud di Pisa si sono formati dei cumuli di sabbia e di terra che emergono dalla acque della palude.

Sopra questi cumuli vengono costruite delle strade e un porto che verrà chiamato Triturrita (cioè città con tre torri). Viene perciò abbandonato il vecchio porto delle conche ad ovest di Pisa.

In questa zona, cioè vicino al nuovo porto, sono state ritrovate delle cose interessanti che ci fanno capire che molto tempo fa la zona era abitata.

Nel 1959, vicini alla località Isola, è stata ritrovata una sepoltura di età romana. è un’anfora alta circa 1 m e larga circa 40 cm che, spaccata in pezzi, ricopriva il corpo di un individuo del quale furono recuperate alcune ossa.

La data della sepoltura risale al I secolo a.C. Nella medesima zona furono ritrovate altre tombe distrutte e alcune monete romane del III° secolo d.C.

Nel V secolo d.C. un’autorità dell’impero romano, fa un viaggio da Roma a Marsiglia e quasi fa naufragio nello stretto di Piombino. Ripara con la nave nel porto pisano della triturrita e, tornato a casa, descriva questo viaggio in un poemetto intitolato "De reditu sui" (Il ritorno a casa propria). Quest’uomo si chiamava Namanziano, era un’autorità romana, e scrisse il più antico documento che abbiamo su questa zona.


Medioevo


Coltano, un tempo, si pensava che prendesse il nome da antiche denominazione etrusche; in un secondo tempo si pensò che, a causa dei rialzi del terreno simili a piccolissimi colli, derivasse il nome Collettanus (Coltano). Oggi si ritiene che questa parola derivi dal fatto che c’erano nella zona parecchi corsi d’acqua che si riunivano tutti insieme nella palude collegandosi l’un l’altro (Collettanus: collettore).

La prima notizia esatta che abbiamo di Coltano si trova in un documento - lettera all’archivio di Stato di Pisa (A.S.P.). Questa lettera porta la data del 30 aprile 780; è una lettera scritta da un signorotto pisano ai monaci dell’Abbazia di San Savino per avere il permesso di cacciare la lontra presso la Chiesa di San Quirico in Coltano.

Nell’estate del 1960 vicino al caseggiato chiamato Lavoria furono cominciati degli scavi, mai finiti, che portarono alla luce le fondamenta di una Chiesa preromanica attorno alla quale erano stati seppelliti i morti di quella località. E’ chiaro che di loro era rimasto solo lo scheletro calcificato. Si conobbe che erano monaci dal modo nel quale erano stati seppelliti, cioè con le mani infilate nelle maniche.

Erano stati seppelliti senza cassa, con una tavola sotto il corpo; l’analisi del legno della tavola trattata con il carbonio 14 dette come risultato che la sepoltura risaliva a circa 1000 anni prima.

Nel medesimo tempo, oltre alla chiesa e al convento di San Quirico, esisteva già una residenza nella località palazzi della quale rimangono le mura perimetrali all’interno del palazzo odierno e una colonna di marmo che si trova vicino alla Chiesa.

Sappiamo per certo che nel 1014 l’imperatore Enrico I del Sacro Romano Impero lascia un diploma ai frati di San Savino ricordando San Quirico in Coltano.

Nel 1624 la zona di Coltano diventa una riserva di caccia e di pesca; la caccia è riservata solamente ai nobili.

Nel 1334 la zona di Coltano viene divisa in due proprietà:

1) Abbazia di San Savino

2) Torre di Bacciombo pisano.

Nel 1340 ritorna tutta la zona di proprietà dell’Abbazia di san Savino, mentre tutto il resto di Coltano è dato in affitto a Giovanni di Lupo di San Michele degli Scalzi.

Quando i Fiorentini occupano la città di Pisa, valorizzano la zona di Livorno costruendo il porto; Pisa rimane perciò isolata dal mare. Ma in essa nasce un ordine cavalleresco per la protezione di tutto il litorale toscano dalle scorrerie dei pirati saraceni. Questo ordine cavalleresco viene intitolato a Santo Stefano Papa e porta come stemma una bandiera bianca con croce rossa a coda di rondine.

Cosimo I dei Medici nel 1560 fa scavare il fosso dei "Navicelli" che congiunge con una via d’acqua Pisa con Livorno.

Nel 1562 una bolla del Papa Pio IV trasferisce tutta la proprietà di Coltano dall’Abbazia di san Savino all’Ordine militare dei Cavalieri di Santo Stefano.

Nel 1586 era Granduca di Toscana Ferdinando I di Lorena e il territorio di Coltano viene acquistato interamente, compreso il palazzo, da suo figlio Don Antonio dei Medici. Il padre, Federico I, in questo periodo fa ristrutturare il palazzo dall’Architetto fiorentino Bernardo Buontalenti.

Il palazzo misura 40m per 20m ed è a forma rettangolare con torri angolari ad angoli acuti.

La facciata del palazzo è composta da due piani (piano terreno e primo piano) con portone centrale ad arco a tutto sesto, la chiave di volta del quale è una mensola che sorregge la parte centrale del terrazzo soprastante. Le finestre, come il portone, sono tutte di pietra serena (golfolima) e sono messe a quiconce, cioè sono messe una sopra all’altra ma sono sfalsate.

Tra la fine del 1500 e gli inizi del 1600 vengono costruite le Bocchette. Le Bocchette sono un’interruzione dell’argine sinistro dell’Arno, all’altezza di Putignano, che servono per mezzo di cateratte, a far passare l’acqua e la rena dell’Arno in piena, nella zona di Coltano a nord del Padule maggiore; si viene a formare la colmata chiamata "Le Rene".

Nel 1737 il territorio di Coltano passò ai Granduchi di Lorena.

Il Granduca di Lorena mise su un allevamento di cavalli pregiati vicino al palazzo. Di ciò rimane ancor a una costruzione, dietro il palazzo, la quale era una cisterna e un abbeveratoio.

Il Granduca che si affezionò più a Coltano è Ferdinando III, del quale rimangono alcuni cippi miliari che misuravano la strada della Sofina , dal palazzo di san Piero a Grado a quello di Coltano. Rimangono ancora i dipinti a tempera in alcune volte del palazzo di Coltano.

La costruzione più bella ed elegante è il "caffè House", che si trova dietro il palazzo, a forma esagonale con cupola rivestita all’esterno di lastre ovoidali di ardesia. Esso all’interno è dipinto a tempera e nella cupola è raffigurato il monogramma di Ferdinando e Luisa.

In questo periodo viene affossato il canale del Caligi (Caligi) e quello di Fossa chiara in modo che, pur rimanendo le acque nei paduli Maggiore e di Stagno, le acque del circondario fluiscono meglio verso il mare, chiudendo così definitivamente la Cala Labronis (Calambrone).

Sempre in questo periodo viene scavato ad ovest di Coltano il canale navigabile dei navicelli che congiunge Pisa con la nuova città di Livorno, facendo fluire le acque dell’Arno al Calambrone.

Durante il Granducato di Leopoldo II, il 15 marzo 1844, viene inaugurato il tronco ferroviario Pisa - Livorno. Dopo la Napoli - Portici (1839), la Milano - Como (1840) e la Napoli - Roma (1843), la Pisa - Livorno è la IV° ferrovia costruita in Italia.

La zona di Coltano passa dai Lorena ai Savoia e Vittorio Emanuele II, primo re d’Italia, prende possesso del palazzo di Coltano, vi dimora per un certo periodo di tempo, va a caccia e a pesca nelle paludi e fa restaurare il palazzo. Sulla via che congiunge San Piero a Grado a Coltano vengono cambiati i cippi e vengono messi, al posto di quelli di Ferdinando III, quelli di Savoia. Viene cambiata la dicitura da migliaia a chilometri.

Con l’unità d’Italia si è adottato il sistema metrico decimale.

Dal 1860 ai primi del novecento in Coltano non avviene nulla di particolare; a volte vengono fatte della battute di caccia alle quali partecipa anche il re Vittorio Emanuele II.

 

Storia recente

 

Nel 1903 Guglielmo Marconi indica la zona di Coltano come possibile per un impianto di stazione radio ricetrasmittente. La prima pietra di questa viene posta da Vittorio Emanuele III, l’inventore Guglielmo Marconi e l’ingegnere radiotecnico Luigi Solari. Questa costruzione dà luogo alla stazione radiotelegrafica di Coltano per le comunicazioni tra Europa, Africa e America

Vengono costruite dietro la stazione le torri di ferro che servono da aereo per ricevere e trasmettere.

Nel 1911, il 19 novembre, presenti il ministro delle poste, quello dei lavori pubblici, Guglielmo Marconi e Luigi Solari, il re Vittorio Emanuele III fa la prima comunicazione radio da Coltano a Massaua; immediatamente dopo viene fatta la seconda comunicazione col Canada. Queste comunicazioni vengono fatte col sistema delle Onde Lunghe.

Visto il progresso della radio e lo sviluppo delle comunicazioni, del 1929 viene costruito un secondo fabbricato per le comunicazioni con onde lunghe, medie e corte. Vengono aggiunte altre antenne e queste ultime sono di 54 metri di altezza. Questo secondo fabbricato verrà distrutto insieme alle antenne nel 1945 dal 1945 dai soldati tedeschi.

Nel periodo che va dal 1919 al 1950 l’Opera Nazionale Combattenti aveva realizzato 61 fabbricati rurali ed aveva appoderato ca. 1523 ha di terreno, riservandosi per la gestione diretta ca. 1.000 ha. La messa a coltura dei terreni di Coltano determinò un forte aumento della popolazione residente.

La rinascita del territorio di Coltano si può far risalire alla fine degli anni ‘70, quando, dopo essere stata riconosciuta come terreno "incolto", l’intera Tenuta venne assegnata in affitto a Cooperative di agricoltori, braccianti, mezzadri e coltivatori diretti della zona.

Con l’assegnazione delle terre è iniziata una riconversione del territorio verso un’agricoltura produttiva che, in controtendenza con le altre zone agricole, ha frenato lo spopolamento di Coltano arginando anche l’espansione della città di Pisa.

 

 

 

 


 

Quanto sopra esposto è Storia relativamente recente, ma andando a ritroso e rovistando tra le “carte” sembra che il documento più antico di Coltano risale al 30 Aprile 780, reperibile presso l’Archivio di Stato di Pisa, ove si legge di un nobile pisano che chiede ai monaci dell’Abbazia di San Savino il permesso di cacciare la lontra nei terreni adiacenti la Chiesa di San Quirico di Coltano.
Nel 1562 Pio VI trasferì tutta la proprietà di Coltano dall’Abbazia di San Savino all’ordine militare dei Cavalieri di Santo Stefano e successivamente, nel 1586, Coltano grazie al principe Antonio, che di queste zone volle fare la sua residenza di caccia e pesca, passò dall’Ordine di Santo Stefano ai Medici. Nell’aprile del 1587, su progetto del celebre architetto Bernardo Buontalenti, il Granduca Cosimo I° fece iniziare la costruzione dell’attuale Villa, al centro del borgo.
La Tenuta di Coltano migliorò notevolmente con i Lorena grazie al Granduca e a Pietro Leopoldo I°. Infatti tra il 1739 e il 1788 furono costruiti molti ponti, aperte numerose fosse e canali ed il Vione dei Pini, attuale Via della Sofina (circa 6Km di lunghezza), con due filari di pini su entrambi i lati della strada, e che partendo dal Palazzo di Coltano giungeva fino a San Piero a Grado. Nel 1860, con l’Unità d’Italia, la Tenuta di Coltano entrò a far parte della dotazione della corona di Vittorio Emanuele II° come Tenuta di caccia.
Nell’Ottobre del 1906 su input del Ministero delle poste e Telegrafi fu costruita la Stazione Radiotelegrafica e messi a disposizione di Guglielmo Marconi oltre 100 ettari della Tenuta dislocati in località poco distante dalla Villa chiamata Poggio di Corniolo. La stazione, gestita dalla Marina, entrò in funzione nel 1911 per collegare l’Italia alle proprie colonie e ai paesi europei.

 

Questa stazione Radio acquistò notorietà

durante il primo conflitto mondiale e nel 1921 fu costruita una seconda e più moderna stazione diventando l’impianto più importante d’Europa utilizzato per le comunicazioni intercontinentali. La bonifica della Tenuta di Coltano fu effettuata dall’Opera Nazionale Combattenti (O.N.C.) istituita nel Dicembre del 1917, con il compito di provvedere all’assistenza economica, finanziaria, tecnica e morale dei combattenti superstiti. Nel 1919 la Tenuta di Coltano venne assegnata all’O.N.C. che ne iniziò la bonifica nel 1920 portandola a termine nel 1933.
La realizzazione della bonifica trasformò tutta l’area in zona coltivabile e redditizia dopo il prosciugamento delle terre paludose ed il paesaggio di Coltano trasformato in un fitto intreccio di canali, quelli delle acque basse che raccolgono le acque delle terre che sono sotto il livello del mare e quelli delle acque alte che raccolgono le acque che sono sopra il livello del mare. Le acque basse defluiscono in tre idrovore e sono pompate in canali che ne consentono il naturale defluire verso il mare.

 
 
 
 
 

Ma esiste anche una pagina di Storia poco edificante che molti non conoscono:

 

 

Il ricevitore "PWE 337" costruito nel campo di concentramento di Coltano

 

 

alla fine di aprile del 1945, mentre l'Europa bruciava, l'Italia conosceva i momenti più bui della sua storia millenaria, i liberatori americani si premuravano di costruire un ennesimo campo di prigionia in quella bella terra di Toscana allora insanguinata dalla fine di un'epoca. Il primo campo di concentramento per prigionieri di guerra in Toscana fu il PWE 334, a Scandicci (Firenze).  Il PWE 339 sorse a San Rossore; i PWE 336, 337 e 338 vennero allestiti nella tenuta di Coltano (Pisa).  Erano tutti destinati ad ospitare prigionieri militari tedeschi e italiani, appartenenti alle FFAA e ad altre formazioni militari della RSI. Il PWE 337, però, si distinse subito per l'eccezionale durezza delle condizioni di vita imposte dai vincitori.  Condizioni di vita: ma dovremmo dire piuttosto di mera sopravvivenza, ai limiti del più elementare istinto di conservazione. Furono troppi quelli che non ce la fecero.

A Coltano, inoltre, nel 1944-1945 sorgeva uno dei P.W.E. (Prisoners of War Enclosure), un campo di raccolta prigionieri allestito dai Comandi Alleati, dove venivano inviati i prigionieri di Guerra nazisti e repubblichini; anche molti reparti partigiani vennero convogliati in questo campo, o nel vicino P.W.E. di San Rossore o della Bufalina, per controllare le generalità delle truppe e accertarsi che esse non fossero truppe di infiltrati fascisti: il campo rimase fino al 1946, quando venne poi chiuso e i prigionieri rispediti a casa. 

Ecco, al riguardo, quanto dice Pietro Ciabattini, che in quel campo fu internato: «Il 25 luglio 1945 tutti i prigionieri italiani concentrati nei vari PWE in Toscana erano già stati fatti affluire nel PWE 337, più conosciuto come "campo di Coltano". «La sua triste esistenza fu taciuta all'opinione pubblica fino a metà settembre del 1945, dopo che gli americani il 30 agosto avevano trasferito alle autorità italiane la giurisdizione su quel campo di prigionia. «Solo allora la stampa italiana si interessò di ciò che avveniva dietro quei reticolati in quella torrida pianura pisana, descrivendo la misera esistenza di migliaia di esseri umani, scalzi, nudi, laceri, malati e bisognosi di tutto, senza che nessuna autorità si decidesse ad addivenire ad una rapida soluzione del problema.  Descrivere la disgraziata vita del PWE 337 è compito arduo nel timore di non essere creduto, ma più arduo è riuscire a convincere che ciò accadde davvero a prigionieri di guerra di un esercito ricco e vittorioso, e a conflitto ormai cessato. I giornali si sbizzarrirono per una settimana a scrivere sulla drammatica vicenda di quei prigionieri, ma dei numerosi e misteriosi decessi per uccisioni, malattie e stenti nessuno ne scrisse una parola.  Molti morirono nei "campi", nel "lazaret", altri nell'Ospedale da Campo n. 99 WQ06, o nel 650 di riserva per militari italiani. Anche al Sanatorio, all'ospedale Militare di Livorno e al Manicomio di Volterra ci furono numerosi morti, ma i relativi documenti o non sono visibili o non esistono più. «Nessuno, tranne gli archivisti USA, conoscerà mai il numero dei deceduti di Coltano.  Mistero e silenzio anche sui luoghi dove venivano sepolte le salme. E’ certo che, a distanza di cinquant’anni, sui decessi di Coltano, esiste ancora il "top secret" e anche da parte delle autorità preposte non vengono fornite notizie precise» (P. Ciabattini, Coltano 1945.  Un campo di concentramento dimenticato, Mursia, Milano 1995). Parole dure, parole vere: lo stesso discorso si potrebbe applicare a molte altre realtà della seconda guerra mondiale, ugualmente lasciate nell'ombra di una menzogna consapevolmente criminale.

 


Una località anonima per molti, ma che per i combattenti alla Rsi ha significato rabbia, amarezza sofferenza, orgoglio, passioni. P.W.E. 337, questa la sigla che contrassegnava il campo di concentramento USA costruito vicino a Pisa, nel quale vennero rinchiusi migliaia di combattenti di Salò e dove in molti morirono. Anno dopo anno i sopravvissuti a Coltano, ormai ultra-settantenni carichi di ricordi si recano nella pineta delle Serre, là dove una volta sì estendeva il filo spinato, per non dimenticare. 

In 35mila gli italiani «repubblichini» rinchiusi a Coltano. Tra questi una marea di sconosciuti, ma anche gente nota come il poeta americano Ezra Pound che pagò le sue simpatie per Benito Mussolini scontando la prigionia a Coltano e sottoposto al supplizio della «fossa del fachiro», gli attori Walter Chiari, Enrico Maria Salerno, Raimondo Vianello, l'olimpionico di podismo Pino Dordoni. E ancora il giornalista Enrico Ameri, il regista Luciano Salce, il deputato di An Mirko Tremaglia, il senatore di An Giuseppe Turini. E migliaia e migliaia di sconosciuti. Molti dei quali non fecero più ritorno alle loro case. Perché assassinati senza alcun motivo e sepolti di nascosto nel campo sportivo di Castel Fiorentino trasformato in cimitero clandestino. Nel '64 durante una bonifica vennero scoperti i resti di 350 persone, in gran parte senza nome.

    L'inchiesta, come è già stato detto, viene condotta dal Procuratore militare Giovanni Bolla dopo una circostanziata denuncia presentata dal senese Pietro Ciabattini, il quale praticamente ha sollevato il velo di omertà che ha circondato la vicenda per mezzo secolo. Il reduce ha già fornito ai giudici anche una copiosa documentazione e prima di Natale il Ciabattini è stato anche sentito dal magistrato come testimone diretto di numerosi episodi di torture, fucilazioni di massa, violenze gratuite e tutto in violazione della Convenzione dell'Aja sui prigionieri di guerra.

Tra le torture alle quali furono sottoposti numerosi militari di Salò, la più orribile era la cosiddetta «fossa dei fachiri», supplizio che non venne risparmiato nemmeno al poeta americano Ezra Pound accusato di collaborazionismo. Praticamente in alcune zone del campo di concentramento, che era tutto all'aperto, erano state scavate delle buche, alcune individuali e altre capaci di contenere fino a dieci persone in piedi. Il fondo dei pozzi cosparso di pietre aguzze messe vicinissime le une all'altre, per cui era impossibile infilare i piedi tra di esse. I prigionieri, quindi, erano costretti a poggiare i piedi su queste pietre appuntite, appunto come i fachiri. Punizioni atroci che scattavano per un nonnulla. Bastava non aver salutato un graduato americano e si finiva nella buca. Torture simili, per ironia della sorte, le hanno poi riservate ai prigionieri americani i nordvietnamiti durante la guerra del Vietnam.

 

 

 

Infine riporto una notizia apparsa sulla stampa il 31 Marzo 2011 che si commenta da sè:

 

L'ex centro radar di Coltano destinato ad accogliere i profughi


Una sinistra vocazione. La cronaca di questi giorni con la destinazione di 500 profughi provenienti da Lampedusa e destinati a Coltano ha fatto parlare di lager. L'accostamento con queste infauste strutture è derivato dalla presenza di vistose ed inquietanti perimetrazione con filo spinato che dovrà ospitare  " questi disgraziati ". Ma i lettori meno giovani sono andati con la memoria lontano nel tempo, nel 1945 alla fine della seconda guerra mondiale quando alla 92a Divisione «Buffalo» della V armata USA, fu affidata la gestione di campi di concentramento di Coltano dove furono rinchiusi circa 35 mila ex militari della Repubblica Sociale Italiana, militari tedeschi fatti prigionieri ed altri militari delle forze armate italiane.
Avevano la sigla PWE 336, 337 e 338 ,vennero allestiti nella tenuta di Coltano (Pisa); il PWE 339 sorse a San Rossore.

Non è mancato neanche un tentativo, poi rientrato, di destinare in questo sito i profughi libici.